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IN ANTEPRIMA UN CAPITOLO DEL NUOVO LIBRO
SU CALCIO, FILOSOFIA E...INTER


PERLUSTRANDO
LA LIMPIDA LUCE
DI “GIACINTO MAGNO”

 

Il 18 Luglio 1942 nasceva Giacinto Facchetti. Nel giorno del suo “compleanno”, come ricordo e doveroso tributo, ritengo opportuno dedicare proprio a lui l'anteprima del mio prossimo libro, in uscita a fine estate, che mette insieme tre mie grandi “passioni” (e non in ordine...): la filosofia, il calcio e l'Inter.
Si ripercorre l'aurea stagione dei trionfi nerazzurri (da Herrera a Mourinho, senza dimenticare la famiglia Moratti) fermando l'attenzione su alcuni “simboli” della beneamata, quasi ricostruendo la squadra ideale che va dal primo all'ultimo trionfo europeo (quello del “triplete”).La particolarità (o l'azzardo) è quella di poggiare il profilo umano e calcistico di questi protagonisti sulla roccia della filosofia. Da questa “fusione” è nato un ordito che mi ha appassionato ed emozionato, proprio perché calcio (in neroazzurro) e filosofia non si sono sommati, ma hanno dato vita ad una reazione esponenziale, virtuosa e contagiosa.
Mi sia permessa una considerazione tanto finale quanto attuale: in un momento in cui F.C. Internazionale vive un passaggio epocale e questa fase di transizione la porta, addirittura, a gemellarsi con altre culture (per altro antiche e nobilissime come quella cinese), un richiamo alle radici, all'identità profonda, alla sostanza caratterizzante, diventa, allo stesso tempo, un atto di amore e di “ragione filosofica”.

1Tra tutti gli appellativi coniati per Facchetti, quello che meglio riassume la sua superiorità complessiva fu inventato da Gianni Brera: “Giacinto Magno”.
Magno è storicamente e letterariamente più di grande, poiché tale vocabolo concentra in sé aspetti estetici, etici, umani e professionali, che non sono solo sommati, ma sublimati e, per tale motivo, indica a meraviglia l'eccezionale completezza del campione neroazzurro.
Campione di umanità e professionalità che incarna alla perfezione i valori di un’intera generazione, quella cresciuta all’indomani del secondo conflitto mondiale, che nell’umiltà e nei piccoli sacrifici della quotidianità trova la spinta per ‘arrivare’. E ciò senza ripicche, risentimenti e propositi di vendetta sociale.
Parlare di lui significa partire dall'apologia della bellezza dello sport, quella che illumina l'interezza della persona, a prescindere dalla funzione specifica che essa svolge.
Bellezza che nasce dai suoi primi approcci con il pallone, con la socialità del calcio giovanile di paese, fino al precoce esordio nella massima serie, avvenuto in Roma – Inter (1961).
Da sempre il più alto di tutti, quasi un giunco dalla cresta bionda, svettava nei campi fin dal tempo dell'oratorio, anche se con una struttura muscolare ed ossea che potenzierà negli anni, fino ad esser paragonato ad un “bronzo di Riace”.
Giacinto, fin da giovane, aveva il phisique du rol del decatleta: bravo nel volley e nel basket; falcata naturale da ostacolista; slancio da saltatore in alto; fondamentali da sprinter (a diciassette anni un tempo quasi da velocista negli 80 metri piani, 8” 9). Eppure trovava perfetta gioia solo nell'inseguire una sfera. Sempre attratto magicamente, fin da bambino, dal rotolare del pallone anche nei giorni speciali, come accadde per quello regalatogli la mattina di Natale del '52, bucato dopo appena mezzora contro un fil di ferro.
Dotato di un fisico eccellente, potente elegante e veloce nella corsa, non ha mai approfittato del suo strapotere atletico in modo ostentato ed arrogante. Già nei campetti collocati all'ombra del campanile, Giacinto aveva (ed avrà) sempre ben chiaro il valore aggiunto che nello sport, anche nei momenti più duri, danno la lealtà, la correttezza e la dirittura morale.Giacinto-Facchetti
“Quando andavo all'oratorio – racconta il capitano interista - non bastava essere bravi per giocare in squadra. Ci si doveva sempre comportare bene. Poi diventa un'abitudine”.
Assonanza perfetta con quanto Aristotele sostiene nella sua Etica nicomachea: “Nulla di ciò che è per natura può assumere abitudini ad essa contrarie: per esempio, la pietra che per natura si porta verso il basso non può abituarsi a portarsi verso l’alto, neppure se si volesse abituarla gettandola in alto infinite volte”.
Giacinto ha sempre fatto del rispetto degli avversari una sorta di comandamento. Ha imparato in prima persona e, conseguentemente, insegnato che carisma personale ed autorevolezza agonistica di un vero calciatore arrivano là dove scorrettezze sistematiche e gomitate subdole cedono clamorosamente il passo.
Si può mantenere la via maestra della bontà anche sul terreno della più intensa bagarre sportiva. In fondo il nome floreale donatogli alla nascita dai genitori non poteva che essere associato alla mansuetudine, al candore, alla luminosità e, in ultimo, alla verticalità.
In questo “Giacinto Magno” sembra essere la perfetta incarnazione della paideìa greca, dove fine dell'educare è la kalokagathia dell'eroe, un'armonica combinazione di tratti e capacità che lo rendano “bello” (kalòs) e “buono” (agathòs).

Altro pilastro parallelo e costante della sua vita, ma anche della sua lunga carriera calcistica, è stato il culto della famiglia: a cominciare da quella che gli ha dato i natali, sobria e numerosa, per proseguire con quella splendida che lui stesso ha costruito, terminando con l'ultima, quella adottiva, l’Inter.
La fedeltà ai legami d'origine, la costruzione di un gruppo che coincide con la vita stessa, la trama significante dei giorni vissuta fianco a fianco della famiglia interista, sono state lo scrigno ed insieme il segreto della sua virtù feriale, fuori da ogni clamore, quella che si nutre, giorno dopo giorno, di serenità, pulizia interiore, speranza condivisa.
Insomma, il senso della famiglia come capacità, in ogni occasione, di fare ed essere compagnia.
Questo senso dell'abitare in una comune casa che consente, come sostiene un anonimo scritto ellenistico -romano del I secolo a.C., “risonanze con una grande anima”; risonanze che alimentano una tensione ideale e tendono ad arricchire spiritualmente coloro che vivono in comune con lui.
Gusto per lo spirito conviviale che solo un “fiore” ben piantato nella fertile terra della provincia italiana poteva avere, quando ancora c'era in giro, in modo quasi contagioso, la voglia di cantare in faccia al futuro con la speranza e l'audacia degli ottimisti e dei forti.
Ed anche a Giacinto piaceva cantare, soprattutto in coro ed insieme delle persone più care, poco importa se in parrocchia, con un improvvisato drappello di compagni di squadra o in famiglia, svariando dai motivi alpini ai successi italiani degli anni '60.
E viene in mente, quasi in pelle, Ungaretti, con i suoi essenziali versi di un'Italia antica e lontana, sofferta, interiormente ricca e solidale: “Qui non si sente altro che il caldo buono. Sto con le quattro capriole di fumo del focolare”.
Tornando entro il rettangolo di gioco, chiunque può affermare, senza paura di sbagliare, che per il ruolo di laterale sinistro ci fu un prima e un dopo Facchetti. Il ragazzo di Treviglio cambiò irreversibilmente i connotati al suo ruolo, interpretandolo in modo nuovo, dinamico e moderno.
Con l'espressione terzino “alla Facchetti” si evoca un’intera sequenza di definizioni che hanno arricchito l'esegesi calcistica del numero 3. Si inizia dall'espressione fluidificante; si prosegue parlando di laterale che difende ed offende. Si parla ancora di terzino attaccante e che aggredisce lo spazio oppure di terzino diventato improvvisamente ala.
Persino Beckenbauer, il più moderno, completo ed offensivo dei “liberi”, vide nel capitano dell'Inter l'esempio ed il faro.
Il ricordo della sua antica posizione come centravanti, che più volte spinse gli allenatori a portarlo nel vivo dell'area avversaria in cerca del gol anche da senior, aveva convinto molti giornalisti sportivi, tra cui Gianni Brera, a vedere le sue potenzialità come sacrificate, addirittura”confinate” a semplice protezione della difesa, quasi “costretto alle staffe plebee del ruolo di terzino marcatore”.
Nonostante ciò, segnò in carriera ben 75 gol, fra cui molti non su palla da fermo, ma su azione manovrata, compresa la storica segnatura nella magica notte del sorpasso di Coppa in Inter – Liverpool.
Ma l'evoluzione calcistica del “grattacielo di Treviglio” non si fermò lì, dopo aver solcato da maestro la parte sinistra del prato, da bandierina a bandierina.
Alla metà degli anni '70, Facchetti chiese a Suárez – suo nuovo allenatore - di provarlo in qualità di libero. Lo spagnolo, senza indugio, ritenne giusto investire sulle qualità tecniche e sulla tempra del suo antico e valoroso compagno: ancora mobile, plastico, sicuro nel posizionamento tattico, carismatico nel comandare la difesa. In questo nuovo ruolo riconquistò il posto di diritto in nazionale, centrando il suo quarto mondiale, a cui però non parteciperà da calciatore, ma solo da accompagnatore. Infatti, dopo i postumi di un grave infortunio, non sentendosi completamente a posto, con un gesto di alta responsabilità sportiva, chiederà al C.T. Bearzot di inserire un altro calciatore nella lista dei 22. Facchetti parteciperà comunque alla spedizione argentina, in cui la nazionale arriverà quarta, come accompagnatore. Sarà questo il suo congedo a testa alta dalla maglia azzurra, visto che il 16 Novembre 1977 darà ufficialmente l'addio alla nazionale.
“Capita alle persone veramente sapienti – scrive Michel de Montaigne - quello che capita alle spighe di grano: si levano ed alzano la testa dritta e fiera finché son vuote, ma quando sono piene di chicchi cominciano ad umiliarsi ed abbassare il capo”.
Giacinto, dominatore assoluto della fascia sinistra del campo, con l'umiltà autentica che è propria solo dei campioni cristallini, non ha mai fatto mistero delle situazioni tecniche che lo facevano soffrire, mettendolo in grande difficoltà, e che nascevano soprattutto quando lui, alto di statura, era chiamato a marcare i “piccoletti”, quegli attaccanti, ali soprattutto, piccoli di statura e molto rapidi di gambe. Con calciatori come Giancarlo Danova (Milan), detto Pantera, ed Igor Cislenko, ala sinistra dell'Unione Sovietica – ammetterà con sincerità - “non fu facile".
Facchetti, nonostante la socratica umiltà di cui si è sempre vestito con signorilità, è un campione che con la “beneamata” ha vinto tutto quello che c'era da vincere. Dal 1961 al '78, anno in cui smette, gioca 634 partite, segna ben 75 reti, vince 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Intercontinentali, 1 Coppa Italia.
Con la maglia azzurra diviene campione europeo nel '68 (l'edizione italiana in cui il lancio della monetina del capitano decise la finalista a scapito dell'URSS) e vice-campione mondiale nel 1970 (dopo la mitica cavalcata dell'Azteca e lo storico 4-3 inflitto alla Germania).
Capitano inamovibile sia nel suo club che in nazionale, Giacinto è stato uno dei migliori testimonial del fair-play del calcio moderno. Capitano vero, dentro prima che fuori, aveva compreso che guidare un gruppo è un premio di elezione morale e non un privilegio.
Come sostiene Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere: “Quando si può dire non ho agito per me, ma per un principio superiore, avendo avuto cura di scegliere questo principio il più duraturo e ampio possibile e magari eterno, si è sicuri che la nostra soddisfazione finirà molto tardi o non finirà mai”.
Per condurre una squadra in campo non servivano gesti plateali, sceneggiate sopra le righe, fiumi di parole in libertà, amplificazioni emotive tese a sollecitare e solleticare gli istinti ferini degli stadi. No, Giacinto, gigante di animo e statura, usava armi di persuasione miti e naturali, potremmo dire ordinarie, che non lo snaturavano, deformandone la personalità, ma lo facevano rimanere se stesso. Si trattava di armi apparentemente remissive; in realtà fortissime, perché intrinsecamente credibili in quanto stile calcistico ed umano: calma, gentilezza, serietà, chiarezza e lealtà.
Una sola espulsione in tutta la lunghissima carriera e non per gioco pericoloso. Inter-Fiorentina, 1975: Giacinto era già stato ammonito; fece un applauso all'indirizzo dell'arbitro Vannucchi di Bologna, che estrasse il cartellino rosso e lo mandò fuori. Ma, come scrive Aristotele, “solo le persone che non esistono non commettono errori”. Così, a fine partita, da uomo autentico, si recò dall'arbitro per scusarsi, ammettendo l'errore.
“Giacinto Magno”, sia da calciatore che da dirigente, fu anche campione fuori dal terreno di gioco, entro quel mobile e delicato perimetro situato tra il campo in quanto tale e l'ambiente calcistico, soprattutto quello della comunicazione.
Nessuna indulgenza verso quelli che Francesco Bacone chiamava gli “idola fori”, quei fantasmi della piazza che si nutrono, attraverso la parola corrotta, di ambiguità, ipocrisie, pose adulatorie, artifici. Al loro posto, invece, la pietra angolare di ogni rapporto interpersonale: l'univocità della parola data; il rispetto, costi quel che costi, dell'identità soggettiva di ognuno; la profonda certezza che il “fattore umano”, vera sostanza dell'esistere, è da anteporre ad ogni altro attributo o apparenza.
La mente corre veloce ad Eric Fromm ed alla sua radicale scelta tra avere ed essere: “La mia certezza riposa sulla conoscenza che nel profondo di me ho dell'altro, e sulla mia propria esperienza di amore e probità”.
Per Giacinto l'abbagliante trappola dei riflettori o la sarabanda dell'ostentazione non valevano un solo lampo di ricchezza interiore; per dirla con le sue nobili parole: “Meglio un solo vestito, ma pulito”.
La stessa tetragona determinazione di Giordano Bruno, che, nel De Monade, numero et figura, scrive: “Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria... È già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l'aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille”.
La storia dell'immenso capitano neroazzurro è anche un puro, alto e forte inno alla fedeltà. Sempre a testa alta, sia da calciatore che da massimo dirigente, ebbe per la sua squadra una vocazione quasi religiosa. Fedeltà da lui coltivata in modo impareggiabile, come un dono quotidiano, che ha fatto esprimere al presidente Massimo Moratti, suo amico ed estimatore da sempre, nella lettera di commiato un ringraziamento per la “sportività intatta fin dal primo giorno che entrasti nell'Inter”.
Fedeltà a persone e non solo a bandiere. Quella paterna al patron Angelo Moratti; l'altra a suo figlio Massimo, per lui quasi un fratello; infine alle inossidabili amicizie, case le cui fondamenta erano ben piantate sulla roccia, con i suoi compagni di squadra, molti dei quali lo hanno accompagnato con amore e discrezione fino ai prati del cielo, nella cui bellezza ha sempre creduto con incrollabile fede.
Sentieri impalpabili su cui fa da guida e maestro il filosofo ed Imperatore romano Marc'Aurelio, convinto che l'unico itinerario possibile è quello ci vede continuamente prossimi al cielo: “Vivi con gli dei. Perché, infatti, vive con gli dei chi costantemente mostra loro di essere intimamente soddisfatto di ciò che gli hanno insegnato”.
Particolare e specialissimo anche il suo rapporto con Helenio Herrera, per cui aveva quasi una devozione. Mago che non esitò fin dall'inizio della carriera neroazzurra a chiedere il massimo al grattacielo di Treviglio, tanto da metterlo, proprio agli esordi in campionato a Roma, in marcatura del campione uruguagio Ghiggia. Aveva davvero ragione l'allenatore spagnolo a profetizzare che "Questo ragazzo sarà una colonna fondamentale della mia Inter”.
Non a caso Herrera lascerà in dono a Giacinto uno dei suoi famosi quaderni di spogliatoio, sulla tattica di gioco e sulla filosofia di vita. Tra queste massime molte riecheggiano la morale stoica di Seneca, tutta tesa a convincere l'uomo che ogni cosa dipende soltanto da noi e dalle nostre azioni: “Il sommo bene, cioè la felicità, non cerca al di fuori mezzi per realizzarsi; è un bene interiore e nasce tutto da se stesso; diventa schiavo della sorte se ricerca una parte di sé all'esterno”.
Il Capitano se n'è andato qualche anno fa, prima che l'Inter di Massimo Moratti prendesse a vincere ovunque e a raffica. Come avrebbe fortemente voluto e nel solco che lui, senza clamori e grida esorbitanti, aveva già contribuito a seminare e coltivare.
In fondo, a ben guardare, il suo rapporto con l'Inter assomiglia più ad un atto di amore che ad un doveroso e sentito moto di fedeltà, proprio solo delle persone disposte a vivere la loro pulizia interiore e bellezza come dono di Dio.
“Amare l'Inter – dice lo stesso Facchetti – vuol dire conoscerne ogni particolare, saperne apprezzare le sfumature, perlustrare questo bellissimo mistero”.
Per questo, e per molto altro che teniamo nel cuore, “Giacinto il Grande” è ancora il nostro capitano, alto e dritto, regale ed operaio, impeccabile sulla fascia destra. Uomo e calciatore che brillerà per sempre di luce propria.

Come ha ragione, proprio pensando a Facchetti ed a quello che abbiamo balbettato su di lui, uno dei più grandi indagatori dell'animo umano e filosofi di fatto della cultura moderna, Fëdor Dostoevskij: “Che cosa sono i ritratti! Non danno mai l'idea di un uomo. È un'altra cosa vedere l'originale. Qualche volta basta uno sguardo per avere nell'animo un uomo per tutta la vita”.

Franco Banchi

18 Luglio 2016

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