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Una riflessione filosofica sul vero “crinale della nostra civiltà”

 

LA GUERRA 

TRA ESTETICA ED ORRORE, ETICA E TRASCENDENZA

 

 

La cultura contemporanea non ha ancora fatto compiutamente i conti con quella che potremmo chiamare la quadridimensionalità della guerra. In un contesto internazionale che, per alcune voci autorevoli (ad esempio quella di Papa Francesco), potrebbe  essere l'incubatore di una latente e nuova guerra mondiale, una riflessione in merito, fuori dall'emotività della cronaca, è doverosa.

Il rischio è che ciascuna parte in gioco, sul limitare del principale evento della storia, che sono le guerre, si fermi ottusamente ad una superficiale relatività, spesso per corroborare una propria visione “particulare”.

Nel presente breve intervento, invece,cercheremo di approcciare la guerra nella pluralità delle sue implicazioni, molte ancora  perfettamente attuali, altre più segnate da variabili storicizzate, alcune, infine, già consegnate agli archivi del passato. E questo per togliere molti alibi agli intenti giustificazionisti e, soprattutto, per capire e far capire che la guerra è sempre stata e sarà il “vero crinale della civiltà”, intendendo con ciò che non si tratta di un atto necessitato ed ineluttabile, ma di una scelta umana, un'opzione che implica comunque una responsabilità, l'adesione a valori o disvalori, l'affermazione di principi nelle loro varie declinazioni.

Dall'alto della sua postazione dissacrante, il più chiaro nell'apologia della guerra per la guerra è, come spesso accade, F. Nietzsche: “Vi è stato detto – scrive – che una buona causa santifica qualunque guerra; io vi dico che una buona guerra giustifica qualunque causa”.

La guerra vista dunque “in quanto tale”, come quintessenza del vitalismo umano, affermazione gratuita ed a-strumentale della volontà di potenza. Dinanzi a questa visione del mondo, è inutile ogni contestualizzazione della guerra. La guerra diventa gesto superiore, momento inclassificabile, libertà totale, trasfigurazione all'ennesima potenza della nostra vera natura.

Certo sono lontane le parole “umanistiche” e cristiane di Erasmo da Rotterdam, che legava la guerra alla sacralità della missione cavalleresca. Il dovere del buon cavaliere, quindi dell'uomo dedito ad una  superiore causa, è mantenere sulla terra giustizia e pace. Non è un caso che i cavalieri, nell'elsa della spada inserissero spesso reliquie di santi.

La domanda che sorge spontanea è la seguente: siamo sicuri che questi due atteggiamenti, sicuramente divergenti, ma, a loro modo, ipostatizzabili, non abbiano cittadinanza ai nostri giorni?

Della guerra non può essere ignorata la rappresentazione del dolore. Se, al riguardo, ci spostiamo nel campo artistico, specialmente nell'ambito classico o rinascimentale, vediamo, spesso, una guerra “trasfigurata”, di cui interessa di più l'aspetto estetico ed estetizzante. L'orrore della guerra, pur presente nei campi di battaglia, è quasi celato, occultato, come fosse rappresentato “in altra forma”.

Alla rappresentazione non interessa così il lato d'ombra, come direbbe Conrad, “il cuore di tenebre”, ma la luce che da essa promana. E non può non venire in mente l'Iliade, che è sì il poema della forza e della guerra, ma in cui risplende una luce poetica che riscatta orrore e dolore.

In epoca contemporanea, le arti, che hanno ampliato le loro modalità, le tecniche, i linguaggi, la platea degli utenti e con esse la coscienza civile, non hanno voltato lo sguardo dinanzi alla cruda rappresentazione dell'orrore bellico. Si sono così aperti immensi orizzonti di conoscenza al riguardo e, direi, di educazione.

La luce della conoscenza, in modo impietoso, ci ha fatto capire meglio che la guerra è “cosa dell'uomo” e, nel complesso theatrum mundi, l'essere umano, che Aristotele chiamava “animale intelligente”, può andare anche al di sotto di sé stesso.

Eppure non è questa la condizione dalla quale l'uomo proviene. La tragica  conclusione che può impietrirci (Se questo è un uomo...) è anche spinta  alla conversione verso un nuovo cominciamento, che ci induce  a credere davvero che “non è questa la nostra condizione propria e migliore”.

GB. Vico, grande e dimenticato storico e filosofo della difficile età italiana tra Seicento e Settecento, da una parte dice che “quando l'uomo uccide sembra ritornare quello che era” (ovvero un bestione insensato), ma dall'altra, visto che è anche “un fabbro”, insieme a Dio, che è “architetto”, può ricostruire la vera  nobiltà della storia. A conferma, come dicono anche altri filosofi, che la provenienza dell'uomo non è l'orrore, ma sta “altrove”.

Questo “altrove”, ponte tra immanenza e trascendenza, è presente soprattutto nel David. Attraverso questo simbolo plastico, Firenze diventa quasi la MichelangeloDavide“scuola del mondo”. Dinanzi all'inadeguatezza degli artifici, dei sotterfugi e degli intrighi della politica rinascimentale, che Michelangelo ha in mente, si staglia la figura di David proprio nel momento che precede lo scontro. Michelangelo non rappresenta un corpo, ma una tensione spirituale. Ci piace pensare che tanti altri David, in questo momento in cui riposo vigile e  slancio interiore contano più della pura forza “muscolare”, possano armare la loro mano con lo spirito di finezza ed un superiore “supplemento d'anima” anziché con la fionda della violenza.

FRANCO BANCHI

Marzo 2016

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